Nell'articolo «Le psicologia
parallele» (Giornale Italiano di Psicologia, 1,
19-28, 1977) D. Cogerino e R. Luccio indicano come esempio
di operazione truffaldina o comunque priva di credibilità
l'inserzione che appare ogni tanto su alcuni giornali per propagandare
una chiromante psicologa. Questo giudizio, frequente negli ambienti
degli psicologi di professione, merita qualche riflessione. Mi
sembra che gli Autori ritengano di poter dimostrare falsa l'affermazione,
implicita nell'avviso pubblicitario, «sono una chiromante
psicologa». Vedo due possibili fondamenti di tale dimostrazione
di falsità.
Innanzi tutto poniamo il caso
che si sia proceduto alla falsificazione empirica. Occorrerebbe
allora porre qualche domanda agli Autori: hanno constatato che
la persona in questione non è chiromante? che non è
psicologa? che non è psicologa e chiromante insieme? l'hanno
constatato direttamente? hanno usato dei soggetti? quali erano
le istruzioni impartite? in quali condizioni, ovviamente ripetibili,
hanno agito? ecc. Solo dopo che siano state fornite risposte
esaurienti e soddisfacenti almeno due consulenti editoriali, una
rivista seria quale è il G.I.P. può pubblicare
il giudizio sopra riportato, che ha valore di affermazione scientifica.
Mi meraviglia che uno dei
due Autori dell'articolo sia Luccio, il quale nello stesso fascicolo
tiene a definirsi «rigorista» quanto alla pubblicabilità
degli scritti (cfr. P. Legrenzi e R. Luccio, «Il dilemma
del valutatore», Giornale Italiano di Psicologia, 1,
191-195, 1979); contemporaneamente e coerentemente su un'altra
rivista muove critiche a un articolo di denuncia della tortura
psicologica con queste parole: «Cramer ... fa questo [cioè
la denuncia] con una esemplificazione abbastanza ricca di casi
senz'altro gravi, anche se il livello di rigore non è certamente
elevato, e, pur con tutta l'umana simpatia che si può provare
per chi si indigna di fronte a certe mostruosità, un lavoro
scientifico, sia pure divulgativo, dovrebbe evitare certe suggestioni
emotive» (R. Luccio, «Usi e strumenti della psicologia»,
Psicologia contemporanea, 32, 44-46, 1979). Di fronte allo
scritto di Cramer, dunque, un vero scienziato innanzi tutto, e
forse esclusivamente, deve chiedersi se la forma è degna.
Non ha alcuna importanza, o ne ha una del tutto marginale, che
l'articolo fornisca delle informazioni vere, che aumenti la conoscenza
del lettore; quello che conta realmente, per Luccio, è
il rispetto di certi modelli formali tipici della comunicazione
scientifica internazionale. Mi soffermerò più avanti
sul tema della comunicazione, che è centrale. Ritorniamo
per ora all'argomento di partenza.
Siccome non credo che Cogerino
e Luccio abbiano perso tempo a fare una ricerca empirica sulla
chiromante psicologa ci rimane un altro possibile fondamento del
giudizio di inattendibilità. Da tutto l'articolo emerge
in modo abbastanza chiaro che può essere considerato psicologo
esclusivamente chi è membro della comunità scientifica;
chi non ne fa parte si chiama, o è chiamato, psicologo
impropriamente. A questo punto occorre controllare se la classe
dei membri della comunità scientifica psicologica comprende
o esclude la classe delle chiromanti; ma per far questo bisogna
definire le due classi, o almeno la prima.
Secondo Cogerino e Luccio
ciò che differenzia i membri della comunità scientifica
(«psicologi ufficiali») dai non membri («psicologi
paralleli») non è l'oggetto di studio o di intervento:
gli oggetti possono essere gli stessi; in altri termini, su questo
punto c'è convergenza. Invece i «paralleli»
divergono dagli «ufficiali» per motivi metodologici
o di coerenza interna; infatti essi sono «a un livello prescientifico,
pseudoscientifico o ascientifico», quindi «non sono
sapere». Questa dichiarazione ha il pregio della decisione,
assai meno quello della chiarezza e della precisione. Infatti,
stando alla lettera, sembrerebbe che non si dia sapere al di fuori
del terreno scientifico, ciò che è quantomeno da
dimostrare; inoltre si dà per scontata la definizione precisa
dell'ambito scientifico, risolvendo in maniera semplicistica dubbi
e polemiche che da decenni si registrano in tutte le scienze umane,
anche in psicologia: il comportamentismo non è forse nato
per reagire alla scarsa scientificità del metodo introspettivo?
Di fronte a questa disinvoltura
ci sarebbe da rimanere perplessi (forse la perplessità
è l'unica reazione emotiva ammessa dalla comunità
scientifica), se non si sapesse che cosa ci sta dietro. Le forti
critiche metodologiche alla teoria e alla pratica freudiane, per
esempio quelle contenute nell'ormai vecchio libro di S. Hook «Psicanalisi
e metodo scientifico», non sono ancora superate; ma chi se
la sente di dichiarare che gli psicanalisti non sono psicologi
«ufficiali»? Le regole accademiche possono ancora obbligarli
a chiamarsi «dinamici», però in ogni caso nessuno
ha il coraggio di escluderli dalla classe dei membri della comunità
scientifica. Sennonché, accettati i freudiani, bisogna
ammettere anche i kleiniani e perché no gli junghiani,
via via fino ai lacaniani; ma qui si arriva a Verdiglione e questo
è veramente troppo. Come si fa per tener fuori questo magliaro
della psicologia? Se entra lui, entra anche la chiromante. Però
quale discriminante trovare? Essi si occupano degli stessi problemi
che interessano anche altri «ufficiali»; quanto alla
scientificità del loro metodo è bene non metterci
le mani per la difficoltà a differenziarlo da altri «ufficiali»;
quindi occorre trovare un ulteriore criterio.
Dicono Cogerino e Luccio che
la comunità scientifica stabilisce delle regole che si
riferiscono a tutta l'attività di chi si occupa di scienza,
ma che sono particolarmente evidenti a livello della comunicazione
dei risultati ottenuti. Ora, la chiromante non comunica affatto
i suoi risultati, Verdiglione comunica troppo male (in modo allusivo
e metaforico, con uso troppo frequente di artifici retorici),
quindi questo è il terreno sul quale si può trovare
la discriminante. Ecco che la già riscontrata preoccupazione
di Luccio per il rispetto di precisi modelli formali nella comunicazione
scientifica trova una motivazione oggettiva; il suo rigore non
è rigidità caratteriale; si tratta di decidere chi
è «parallelo» e chi «ufficiale».
Non è questione da
poco: sono in ballo due ordini di problemi, credo equivalenti
come importanza. Da un lato occorre definire che significa scienza
quando si agisce nell'ambito psichico, compito non facile, come
già si è detto. D'altro canto non si deve scotomizzare
l'aspetto economico: come ricorda l'editoriale dell'ultimo fascicolo
di questa rivista, la spesa privata e quella pubblica per la psicologia
(come studio e come attività) è enormemente aumentata
in questi ultimi anni e aumenterà ancora nel prossimo futuro;
ma c'è molta concorrenza, perciò il restringere
o l'estendere la classe di coloro che possono chiamarsi ufficialmente
psicologi non è questione irrilevante. Dunque parlare degli
aspetti formali della comunicazione significa parlare di ben altro.
Dicono Legrenzi e Luccio (op.
cit., p. 149): «Di fatto queste discussioni coinvolgono
non gli aspetti fin qui elencati, ma la concezione che ognuno
di noi ha della psicologia. E non è casuale il fatto che
quando il dibattito affronta tale problematica o le questioni
ad essa più o meno collegate, e si finisce per dividerci,
siano sempre le stesse persone che occupano gli stessi campi».
Questa pervicacia coattiva, ovvero questa coerenza assoluta non
so se sia proprio vera; io mi sono schierato in varie occasioni
a favore di un uso estensivo del termine «psicologo»,
per esempio battendomi contro l'albo e l'ordine professionali.
Può darsi che questa battaglia abbia comportato un cedimento
sul primo punto, quello diciamo epistemologico; è ancora
da dimostrare, ma riconosco che può essere avvenuto; e
cosi sarebbe salvo il principio di coerenza. Ciò che si
concilia meno con tale principio è il fatto che nell'altro
campo ci siano anche alcuni di quelli che non hanno ostacolato,
ma casomai favorito le varie scuole di formazione: corsi di laurea
e di specializzazione, indirizzi di laurea; queste scuole hanno
una responsabilità non lieve nell'attuale «esplosione
di fame di psicologia», che secondo l'editoriale già
citato è una delle cause favorenti lo sviluppo delle «parallele».
Forse è appunto per
chiarire le idee ai giovani che troppo numerosi accorrono attorno
a loro che i redattori della rivista sentono il dovere di prendere
le distanze dalla mistificazione della psicologia operate dalle
«parallele» e propongono di stabilire dei criteri di
serietà (cfr. «Sui criteri di valutazione delle ricerche
in psicologia», Giornale Italiano di Psicologia, 1,
1979, 9-18). Lo scritto è firmato da tutta la redazione,
quindi anche da me. È inutile che io adduca la distrazione
o qualche altra scusa del genere: la verità è che
ho letto e approvato l'articolo, non rendendomi conto della sua
portata.
Si tratta di una proposta
molto importante che mira a individuare dei criteri da applicarsi
«nella valutazione delle ricerche e nelle decisioni conseguenti
a tale valutazione (finanziamento delle ricerche, sviluppi di
carriera di chi svolge ricerche, concorsi, ecc.)». Poiché
è materia complessa e delicata occorre trovare dei «criteri
oggettivi, "freddi", cioè tali che richiedano
da parte di chi valuta solo operazioni semplici e automatiche,
come contare il numero di articoli o di libri». L'esempio
delle pubblicazioni non è preso a caso, perché tutti
i criteri riguardano appunto la comunicazione scientifica, cosicché
il lettore giunge in fondo all'articolo con l'impressione che
una ricerca è valida se e solo se nasce bene come pubblicazione,
anzi come pubblicazioni precedenti: in alcuni passi sembra doversi
leggere che uno studio è tanto più serio quanto
più l'Autore ha già scritto in sedi qualificate.
Sviluppando un poco la proposta,
ma attenendosi abbastanza fedelmente allo spirito dello scritto,
credo si potrebbe giungere con facilità a «valutare
per schede». Ogni «ufficiale» o aspirante tale
dovrebbe essere dotato di scheda individuale, da inserire ogni
volta che ne sia richiesto in un terminale di elaboratore elettronico.
La scheda, aggiornabile con periodicità almeno annuale,
dovrebbe essere compilata tenendo conto di alcuni dati semplici
e di altri un poco più complessi, forniti da un'apposita
commissione designata dalla comunità scientifica.
I dati più semplici:
numero delle pubblicazioni su riviste italiane e su riviste internazionali;
numero di relazioni e comunicazioni a congressi, anch'essi distinti
in italiani e internazionali; numero di libri distribuiti in almeno
quattro categorie: opere divulgative, manuali, saggi teorici,
rapporti di ricerche empiriche. Questi dati semplici vanno trasformati
in punteggi ponderati, moltiplicando i numeri grezzi per dei coefficienti.
Ecco i più importanti.
Incidenza dell'autore: coefficiente
di valore inversamente proporzionale al numero dei coautori; per
esempio, un articolo scritto da solo vale quanto due scritti in
collaborazione con un collega.
Serietà scientifica
della rivista è calcolabile sulla base della presenza del
periodico nelle biblioteche di un gruppo di Istituti di Psicologia
nazionali e esteri, designati dall'apposita commissione.
Serietà scientifica
del congresso: è determinata dal numero dei partecipanti
regolarmente iscritti; a parità di condizioni valgono di
più i congressi dove l'italiano non è ammesso come
lingua ufficiale.
Rilevanza per la comunità
scientifica: è direttamente proporzionale al numero di
citazioni dello scritto comparse nei tre anni successivi in riviste
a alto coefficiente di serietà scientifica.
Sul merito scientifico della
ricerca l'articolo redazionale non dice molto, limitandosi ad
auspicare il reperimento di meccanismi precisi; forse possono
aiutare lo scritto di Legrenzi e Luccio e quello di Cogerino e
Luccio. Il merito potrebbe essere distinto in alcuni fattori
o parametri:
Correttezza metodologica:
punteggio negativo per ogni ricerca che si discosti dai modelli
ritenuti validi dalla comunità scientifica internazionale;
ne esistono cataloghi che vanno sotto il nome di manuali di metodologia
della ricerca.
Stile di esposizione: da penalizzare
l'uso di metafore, metonimie, forme retoriche allusive, termini
desueti; per contro, nonostante la critica di Legrenzi e Luccio
agli anglicismi, credo vada valorizzata la presenza di termini
nuovi, anche se poco italiani, come processamento, implementare,
filtraggio, o addirittura inglesi, come input, scanning,
storage, set. In generale lo scritto, in quanto scientifico,
deve essere scarno, essenziale, cioè non può concedere
nulla alle disquisizioni teoriche; inoltre è bene concluda
con il rinvio ad ulteriori approfondimenti.
Completezza e accuratezza
della bibliografia: naturalmente di quella più recente,
di preferenza nordamericana; salvo casi eccezionali è sconsigliabile
risalire oltre il 1960.
Campo dell'indagine: premesso
che i domini della psicologia sono stabiliti dalla tradizione
e dal riconoscimento della comunità scientifica, è
prevedibile una valutazione tanto maggiore quanto più l'oggetto
dello studio si discosta dalla psicologia clinica della vita quotidiana.
A titolo indicativo si tenga presente che un settore oggi trainante
è quello dell'intelligenza artificiale (AI, per la comunità
scientifica) e che i problemi socialmente rilevanti sono inevitabilmente
«sporchi» e hanno lo svantaggio di richiedere l'uso
di termini pseudosociologici (quindi scarsamente scientifici)
come potere, emarginazione, devianza.
Originalità del contributo:
non è un parametro molto importante, perché difficile
da stabilire con fredda oggettività. Si potrebbe calcolare
secondo le modalità di valutazione delle risposte al Rorschach.
Gli elementi per compilare
questa bozza di scheda sono stati quasi tutti tratti in modo abbastanza
fedele dai tre scritti citati, solo un poco forzati, ma non tanto
da deformarli.
Siamo fatti ludibrio, scherno
e zimbello di chi ci sta attorno, caro Luccio, non a causa dei
nostri vicini «paralleli», ma per le nostre stesse parole
e azioni.
Alcune considerazioni conclusive.
Può darsi che la comunità scientifica riesca a imporre
le regole di pubblicabilità e anche quelle di valutazione
nella carriera professionale; può riuscirci perché
detiene molte posizioni di potere accademico e editoriale. Ciò
che mi sembra più difficile è che abbia successo
nel tentativo di limitare l'uso del termine «psicologo»;
non dico l'uso legale, per il quale incombe tuttora la legge istitutiva
dell'albo professionale; parlo piuttosto dell'uso corrente, quello
che motiva la chiromante a dirsi psicologa perché crede
di riuscire a capire chi le sta davanti, i suoi bisogni di rassicurazione,
le sue aspirazioni. E io penso che questa sia psicologia, non
altra o parallela, ma proprio la stessa psicologia di cui ci occupiamo
noi, seppure in altri ambiti e con atteggiamento diverso.
Forse il punto cruciale è
in questa differenza. In un recente articolo C. Ginzburg («Spie.
Radici di un paradigma indiziario», Ombre rosse, 29,
1979, 80-107) dimostra dal punto di vista dello storico come
verso la fine dell'ottocento si sia affermato un modello epistemologico,
il paradigma indiziario, che accomuna, il critico d'arte allo
psicologo, il criminologo al medico. Ognuna di queste attività
conoscitive ha dovuto scontrarsi con l'impossibilità di
applicare il modello galileiano a causa della centralità
dell'elemento individuale, che ostacola il passaggio alla generalizzazione.
Di fronte a queste difficoltà tali discipline sono ricorse
a un modello antico, quello dell'indovino, del chiromante e del
cacciatore. «Ma può un paradigma indiziario essere
rigoroso? L'indirizzo quantitativo e antiantropocentrico delle
scienze della natura da Galileo in poi ha posto le scienze umane
in uno spiacevole dilemma: o assumere uno statuto scientifico
debole per arrivare a risultati rilevante, o assumere uno statuto
forte per arrivare a risultati di scarso rilievo».
Io credo che nella psicologia
coesistano entrambi questi atteggiamenti. Il primo è esemplificato
molto bene dalla psicanalisi, il secondo è rappresentato
nel modo più radicale dalla psicologia fisiologica, che
fra tutte le articolazioni della psicologia è quella che
più tiene presente il modello ideale delle discipline biologiche,
cioè è maggiormente vicina alle scienze della natura
che a quelle dell'uomo. Ma questi due esempi sono i poli estremi
di un continuum che registra molte altre posizioni intermedie;
ad alcune di esse forse manca l'atteggiamento socratico del dubbio:
sono troppo sicure di sé. È sufficiente per non chiamarle
psicologia?
Se la coabitazione dà
fastidio, si può sempre ricorrere a quell'operazione retorica
tanto criticata: le psicologia sono tante, quindi non c'è
psicologia. Si tratta solamente di trovare un altro nome per
i corsi di laurea, per le nostre cattedre universitarie e per
il Giornale Italiano di Psicologia.
[Ricevuto il 25 luglio
1979]