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Minguzzi G. F. (1979). Parallelismi, convergenze e divergenze in psicologia. Giornale italiano di Psicologia, 2, 353-359.

PARALLELISMI, CONVERGENZE E DIVERGENZE
IN PSICOLOGIA


GIAN FRANCO MINGUZZI

Università di Bologna

Nell'articolo «Le psicologia parallele» (Giornale Italiano di Psicologia, 1, 19-28, 1977) D. Cogerino e R. Luccio indicano come esempio di operazione truffaldina o comunque priva di credibilità l'inserzione che appare ogni tanto su alcuni giornali per propagandare una chiromante psicologa. Questo giudizio, frequente negli ambienti degli psicologi di professione, merita qualche riflessione. Mi sembra che gli Autori ritengano di poter dimostrare falsa l'affermazione, implicita nell'avviso pubblicitario, «sono una chiromante psicologa». Vedo due possibili fondamenti di tale dimostrazione di falsità.
Innanzi tutto poniamo il caso che si sia proceduto alla falsificazione empirica. Occorrerebbe allora porre qualche domanda agli Autori: hanno constatato che la persona in questione non è chiromante? che non è psicologa? che non è psicologa e chiromante insieme? l'hanno constatato direttamente? hanno usato dei soggetti? quali erano le istruzioni impartite? in quali condizioni, ovviamente ripetibili, hanno agito? ecc. Solo dopo che siano state fornite risposte esaurienti e soddisfacenti almeno due consulenti editoriali, una rivista seria quale è il G.I.P. può pubblicare il giudizio sopra riportato, che ha valore di affermazione scientifica.
Mi meraviglia che uno dei due Autori dell'articolo sia Luccio, il quale nello stesso fascicolo tiene a definirsi «rigorista» quanto alla pubblicabilità degli scritti (cfr. P. Legrenzi e R. Luccio, «Il dilemma del valutatore», Giornale Italiano di Psicologia, 1, 191-195, 1979); contemporaneamente e coerentemente su un'altra rivista muove critiche a un articolo di denuncia della tortura psicologica con queste parole: «Cramer ... fa questo [cioè la denuncia] con una esemplificazione abbastanza ricca di casi senz'altro gravi, anche se il livello di rigore non è certamente elevato, e, pur con tutta l'umana simpatia che si può provare per chi si indigna di fronte a certe mostruosità, un lavoro scientifico, sia pure divulgativo, dovrebbe evitare certe suggestioni emotive» (R. Luccio, «Usi e strumenti della psicologia», Psicologia contemporanea, 32, 44-46, 1979). Di fronte allo scritto di Cramer, dunque, un vero scienziato innanzi tutto, e forse esclusivamente, deve chiedersi se la forma è degna. Non ha alcuna importanza, o ne ha una del tutto marginale, che l'articolo fornisca delle informazioni vere, che aumenti la conoscenza del lettore; quello che conta realmente, per Luccio, è il rispetto di certi modelli formali tipici della comunicazione scientifica internazionale. Mi soffermerò più avanti sul tema della comunicazione, che è centrale. Ritorniamo per ora all'argomento di partenza.
Siccome non credo che Cogerino e Luccio abbiano perso tempo a fare una ricerca empirica sulla chiromante psicologa ci rimane un altro possibile fondamento del giudizio di inattendibilità. Da tutto l'articolo emerge in modo abbastanza chiaro che può essere considerato psicologo esclusivamente chi è membro della comunità scientifica; chi non ne fa parte si chiama, o è chiamato, psicologo impropriamente. A questo punto occorre controllare se la classe dei membri della comunità scientifica psicologica comprende o esclude la classe delle chiromanti; ma per far questo bisogna definire le due classi, o almeno la prima.
Secondo Cogerino e Luccio ciò che differenzia i membri della comunità scientifica («psicologi ufficiali») dai non membri («psicologi paralleli») non è l'oggetto di studio o di intervento: gli oggetti possono essere gli stessi; in altri termini, su questo punto c'è convergenza. Invece i «paralleli» divergono dagli «ufficiali» per motivi metodologici o di coerenza interna; infatti essi sono «a un livello prescientifico, pseudoscientifico o ascientifico», quindi «non sono sapere». Questa dichiarazione ha il pregio della decisione, assai meno quello della chiarezza e della precisione. Infatti, stando alla lettera, sembrerebbe che non si dia sapere al di fuori del terreno scientifico, ciò che è quantomeno da dimostrare; inoltre si dà per scontata la definizione precisa dell'ambito scientifico, risolvendo in maniera semplicistica dubbi e polemiche che da decenni si registrano in tutte le scienze umane, anche in psicologia: il comportamentismo non è forse nato per reagire alla scarsa scientificità del metodo introspettivo?
Di fronte a questa disinvoltura ci sarebbe da rimanere perplessi (forse la perplessità è l'unica reazione emotiva ammessa dalla comunità scientifica), se non si sapesse che cosa ci sta dietro. Le forti critiche metodologiche alla teoria e alla pratica freudiane, per esempio quelle contenute nell'ormai vecchio libro di S. Hook «Psicanalisi e metodo scientifico», non sono ancora superate; ma chi se la sente di dichiarare che gli psicanalisti non sono psicologi «ufficiali»? Le regole accademiche possono ancora obbligarli a chiamarsi «dinamici», però in ogni caso nessuno ha il coraggio di escluderli dalla classe dei membri della comunità scientifica. Sennonché, accettati i freudiani, bisogna ammettere anche i kleiniani e perché no gli junghiani, via via fino ai lacaniani; ma qui si arriva a Verdiglione e questo è veramente troppo. Come si fa per tener fuori questo magliaro della psicologia? Se entra lui, entra anche la chiromante. Però quale discriminante trovare? Essi si occupano degli stessi problemi che interessano anche altri «ufficiali»; quanto alla scientificità del loro metodo è bene non metterci le mani per la difficoltà a differenziarlo da altri «ufficiali»; quindi occorre trovare un ulteriore criterio.
Dicono Cogerino e Luccio che la comunità scientifica stabilisce delle regole che si riferiscono a tutta l'attività di chi si occupa di scienza, ma che sono particolarmente evidenti a livello della comunicazione dei risultati ottenuti. Ora, la chiromante non comunica affatto i suoi risultati, Verdiglione comunica troppo male (in modo allusivo e metaforico, con uso troppo frequente di artifici retorici), quindi questo è il terreno sul quale si può trovare la discriminante. Ecco che la già riscontrata preoccupazione di Luccio per il rispetto di precisi modelli formali nella comunicazione scientifica trova una motivazione oggettiva; il suo rigore non è rigidità caratteriale; si tratta di decidere chi è «parallelo» e chi «ufficiale».
Non è questione da poco: sono in ballo due ordini di problemi, credo equivalenti come importanza. Da un lato occorre definire che significa scienza quando si agisce nell'ambito psichico, compito non facile, come già si è detto. D'altro canto non si deve scotomizzare l'aspetto economico: come ricorda l'editoriale dell'ultimo fascicolo di questa rivista, la spesa privata e quella pubblica per la psicologia (come studio e come attività) è enormemente aumentata in questi ultimi anni e aumenterà ancora nel prossimo futuro; ma c'è molta concorrenza, perciò il restringere o l'estendere la classe di coloro che possono chiamarsi ufficialmente psicologi non è questione irrilevante. Dunque parlare degli aspetti formali della comunicazione significa parlare di ben altro.

Dicono Legrenzi e Luccio (op. cit., p. 149): «Di fatto queste discussioni coinvolgono non gli aspetti fin qui elencati, ma la concezione che ognuno di noi ha della psicologia. E non è casuale il fatto che quando il dibattito affronta tale problematica o le questioni ad essa più o meno collegate, e si finisce per dividerci, siano sempre le stesse persone che occupano gli stessi campi». Questa pervicacia coattiva, ovvero questa coerenza assoluta non so se sia proprio vera; io mi sono schierato in varie occasioni a favore di un uso estensivo del termine «psicologo», per esempio battendomi contro l'albo e l'ordine professionali. Può darsi che questa battaglia abbia comportato un cedimento sul primo punto, quello diciamo epistemologico; è ancora da dimostrare, ma riconosco che può essere avvenuto; e cosi sarebbe salvo il principio di coerenza. Ciò che si concilia meno con tale principio è il fatto che nell'altro campo ci siano anche alcuni di quelli che non hanno ostacolato, ma casomai favorito le varie scuole di formazione: corsi di laurea e di specializzazione, indirizzi di laurea; queste scuole hanno una responsabilità non lieve nell'attuale «esplosione di fame di psicologia», che secondo l'editoriale già citato è una delle cause favorenti lo sviluppo delle «parallele».
Forse è appunto per chiarire le idee ai giovani che troppo numerosi accorrono attorno a loro che i redattori della rivista sentono il dovere di prendere le distanze dalla mistificazione della psicologia operate dalle «parallele» e propongono di stabilire dei criteri di serietà (cfr. «Sui criteri di valutazione delle ricerche in psicologia», Giornale Italiano di Psicologia, 1, 1979, 9-18). Lo scritto è firmato da tutta la redazione, quindi anche da me. È inutile che io adduca la distrazione o qualche altra scusa del genere: la verità è che ho letto e approvato l'articolo, non rendendomi conto della sua portata.
Si tratta di una proposta molto importante che mira a individuare dei criteri da applicarsi «nella valutazione delle ricerche e nelle decisioni conseguenti a tale valutazione (finanziamento delle ricerche, sviluppi di carriera di chi svolge ricerche, concorsi, ecc.)». Poiché è materia complessa e delicata occorre trovare dei «criteri oggettivi, "freddi", cioè tali che richiedano da parte di chi valuta solo operazioni semplici e automatiche, come contare il numero di articoli o di libri». L'esempio delle pubblicazioni non è preso a caso, perché tutti i criteri riguardano appunto la comunicazione scientifica, cosicché il lettore giunge in fondo all'articolo con l'impressione che una ricerca è valida se e solo se nasce bene come pubblicazione, anzi come pubblicazioni precedenti: in alcuni passi sembra doversi leggere che uno studio è tanto più serio quanto più l'Autore ha già scritto in sedi qualificate.

Sviluppando un poco la proposta, ma attenendosi abbastanza fedelmente allo spirito dello scritto, credo si potrebbe giungere con facilità a «valutare per schede». Ogni «ufficiale» o aspirante tale dovrebbe essere dotato di scheda individuale, da inserire ogni volta che ne sia richiesto in un terminale di elaboratore elettronico. La scheda, aggiornabile con periodicità almeno annuale, dovrebbe essere compilata tenendo conto di alcuni dati semplici e di altri un poco più complessi, forniti da un'apposita commissione designata dalla comunità scientifica.
I dati più semplici: numero delle pubblicazioni su riviste italiane e su riviste internazionali; numero di relazioni e comunicazioni a congressi, anch'essi distinti in italiani e internazionali; numero di libri distribuiti in almeno quattro categorie: opere divulgative, manuali, saggi teorici, rapporti di ricerche empiriche. Questi dati semplici vanno trasformati in punteggi ponderati, moltiplicando i numeri grezzi per dei coefficienti. Ecco i più importanti.
Incidenza dell'autore: coefficiente di valore inversamente proporzionale al numero dei coautori; per esempio, un articolo scritto da solo vale quanto due scritti in collaborazione con un collega.
Serietà scientifica della rivista è calcolabile sulla base della presenza del periodico nelle biblioteche di un gruppo di Istituti di Psicologia nazionali e esteri, designati dall'apposita commissione.
Serietà scientifica del congresso: è determinata dal numero dei partecipanti regolarmente iscritti; a parità di condizioni valgono di più i congressi dove l'italiano non è ammesso come lingua ufficiale.
Rilevanza per la comunità scientifica: è direttamente proporzionale al numero di citazioni dello scritto comparse nei tre anni successivi in riviste a alto coefficiente di serietà scientifica.
Sul merito scientifico della ricerca l'articolo redazionale non dice molto, limitandosi ad auspicare il reperimento di meccanismi precisi; forse possono aiutare lo scritto di Legrenzi e Luccio e quello di Cogerino e Luccio. Il merito potrebbe essere distinto in alcuni fattori o parametri:
Correttezza metodologica: punteggio negativo per ogni ricerca che si discosti dai modelli ritenuti validi dalla comunità scientifica internazionale; ne esistono cataloghi che vanno sotto il nome di manuali di metodologia della ricerca.
Stile di esposizione: da penalizzare l'uso di metafore, metonimie, forme retoriche allusive, termini desueti; per contro, nonostante la critica di Legrenzi e Luccio agli anglicismi, credo vada valorizzata la presenza di termini nuovi, anche se poco italiani, come processamento, implementare, filtraggio, o addirittura inglesi, come input, scanning, storage, set. In generale lo scritto, in quanto scientifico, deve essere scarno, essenziale, cioè non può concedere nulla alle disquisizioni teoriche; inoltre è bene concluda con il rinvio ad ulteriori approfondimenti.
Completezza e accuratezza della bibliografia: naturalmente di quella più recente, di preferenza nordamericana; salvo casi eccezionali è sconsigliabile risalire oltre il 1960.
Campo dell'indagine: premesso che i domini della psicologia sono stabiliti dalla tradizione e dal riconoscimento della comunità scientifica, è prevedibile una valutazione tanto maggiore quanto più l'oggetto dello studio si discosta dalla psicologia clinica della vita quotidiana. A titolo indicativo si tenga presente che un settore oggi trainante è quello dell'intelligenza artificiale (AI, per la comunità scientifica) e che i problemi socialmente rilevanti sono inevitabilmente «sporchi» e hanno lo svantaggio di richiedere l'uso di termini pseudosociologici (quindi scarsamente scientifici) come potere, emarginazione, devianza.
Originalità del contributo: non è un parametro molto importante, perché difficile da stabilire con fredda oggettività. Si potrebbe calcolare secondo le modalità di valutazione delle risposte al Rorschach.
Gli elementi per compilare questa bozza di scheda sono stati quasi tutti tratti in modo abbastanza fedele dai tre scritti citati, solo un poco forzati, ma non tanto da deformarli.
Siamo fatti ludibrio, scherno e zimbello di chi ci sta attorno, caro Luccio, non a causa dei nostri vicini «paralleli», ma per le nostre stesse parole e azioni.

Alcune considerazioni conclusive. Può darsi che la comunità scientifica riesca a imporre le regole di pubblicabilità e anche quelle di valutazione nella carriera professionale; può riuscirci perché detiene molte posizioni di potere accademico e editoriale. Ciò che mi sembra più difficile è che abbia successo nel tentativo di limitare l'uso del termine «psicologo»; non dico l'uso legale, per il quale incombe tuttora la legge istitutiva dell'albo professionale; parlo piuttosto dell'uso corrente, quello che motiva la chiromante a dirsi psicologa perché crede di riuscire a capire chi le sta davanti, i suoi bisogni di rassicurazione, le sue aspirazioni. E io penso che questa sia psicologia, non altra o parallela, ma proprio la stessa psicologia di cui ci occupiamo noi, seppure in altri ambiti e con atteggiamento diverso.
Forse il punto cruciale è in questa differenza. In un recente articolo C. Ginzburg («Spie. Radici di un paradigma indiziario», Ombre rosse, 29, 1979, 80-107) dimostra dal punto di vista dello storico come verso la fine dell'ottocento si sia affermato un modello epistemologico, il paradigma indiziario, che accomuna, il critico d'arte allo psicologo, il criminologo al medico. Ognuna di queste attività conoscitive ha dovuto scontrarsi con l'impossibilità di applicare il modello galileiano a causa della centralità dell'elemento individuale, che ostacola il passaggio alla generalizzazione. Di fronte a queste difficoltà tali discipline sono ricorse a un modello antico, quello dell'indovino, del chiromante e del cacciatore. «Ma può un paradigma indiziario essere rigoroso? L'indirizzo quantitativo e antiantropocentrico delle scienze della natura da Galileo in poi ha posto le scienze umane in uno spiacevole dilemma: o assumere uno statuto scientifico debole per arrivare a risultati rilevante, o assumere uno statuto forte per arrivare a risultati di scarso rilievo».
Io credo che nella psicologia coesistano entrambi questi atteggiamenti. Il primo è esemplificato molto bene dalla psicanalisi, il secondo è rappresentato nel modo più radicale dalla psicologia fisiologica, che fra tutte le articolazioni della psicologia è quella che più tiene presente il modello ideale delle discipline biologiche, cioè è maggiormente vicina alle scienze della natura che a quelle dell'uomo. Ma questi due esempi sono i poli estremi di un continuum che registra molte altre posizioni intermedie; ad alcune di esse forse manca l'atteggiamento socratico del dubbio: sono troppo sicure di sé. È sufficiente per non chiamarle psicologia?
Se la coabitazione dà fastidio, si può sempre ricorrere a quell'operazione retorica tanto criticata: le psicologia sono tante, quindi non c'è psicologia. Si tratta solamente di trovare un altro nome per i corsi di laurea, per le nostre cattedre universitarie e per il Giornale Italiano di Psicologia.

[Ricevuto il 25 luglio 1979]