Dopo numerosi incontri avvenuti nell'anno in corso un comitato di promotori (Franca Basaglia, Franco Basaglia, Domenico Casagrande, Tullio Fragiacomo, Vieri Marzi, Gian Franco Minguzzi, Piera Piatti, Agostino Pirella, Michele Risso, Lucio Schittar , Antonio Slavich , Franco Di Cecco) ha costituito a Bologna il primo nucleo di un gruppo denominato "Psichiatria democratica", che si riconosce nella analisi e nelle finalità espresse dall'allegato documento programmatico.
Il comitato promotore ha provveduto inoltre a stilare uno statuto provvisorio, ed a nominare una segreteria provvisoria, con i seguenti compiti organizzativo-costitutivi :
1) raccolta delle adesioni;
2) organizzazione, entro il mese di ottobre di una conferenza stampa al fine di rendere pubblica la costituzione del gruppo;
3) organizzazione entro il mese di dicembre, di un convegno di studio per approfondire la base culturale e le finalità del gruppo;
b) approvare o modificare lo statuto provvisorio;
c) eleggere gli organi statutari.
Per il convegno di studio, dal titolo "La pratica della follia", sono stati scelti provvisoriamente i seguenti temi: 1) L'esclusione nel territorio e l'istituzionalizzazione dell'esclusione; 2) Malattia e istituzione; 3) Giustizia e psichiatria. Non appena il programma sarà meglio definito ne verrà inviata comunicazione.
In occasione del convegno di studio, che probabilmente avrà luogo a Milano verso la metà di dicembre, si terrà anche il congresso degli aderenti al gruppo.
Per ovvi motivi organizzativi
è opportuno che le adesioni al gruppo pervengano
alla Segreteria entro il mese di novembre.
Bologna, 8 ottobre 1973
Documento programmatico
L'accettazione da parte di tutti
gli operatori psichiatrici della logica dell'internamento coincide
con l'accettazione dell'aggressione attuata ai danni degli internati.
Agire in un'istituzione psichiatrica o in servizi psichiatrici
che mantengano questa logica - fondata sulla netta separazione
fra sano e malato e sulla strumentalizzazione del malato implicita
in questa separazione - deve portare gli operatori psichiatrici
che intendono opporcisi al rifiuto dell'istituzione come organizzazione
di custodia e di controllo.
L'internamento manicomiale e l'internamento
carcerario sono risposta univoca e aspecifica ad esperienze umane
che esistono e che hanno origini e dovrebbero avere risposte diverse:
la malattia e la delinquenza.Queste esperienze
umane, tuttavia, nel nostro sistema sociale, non possono essere
affrontate come tali, perché esse sono annullate in una
gestione repressiva che, forzandole in un'unica modalità
di organizzazione istituzionale, ne uniforma il destino sociale.
L'univocità della risposta è espressione dell'univocità
di un giudizio che definisce sia lo stato di "malattia"
che quello di "delinquenza" solo in rapporto all'organizzazione
sociale: cioè come trasgressione dei limiti di norma definiti.
In pratica, il sistema sociale,
mentre si rifà alle diverse branche della scienza per proporre
una differenziazione apparente fra le diverse contraddizioni che
deve affrontare, di fatto gestisce in modo univoco e puramente
difensivo la problematica della marginalità: l'unica realtà
è l'organizzazione in termini repressivi di una contraddizione
che non può mai essere vissuta come tale.
"Terapia" da un lato
e "riabilitazione e rieducazione sociale" dall'altro
sono la giustificazione formale all'internamento, che è
pratica incostituzionale perché concretamente finalizzata
alla distruzione dei cittadini che avrebbero bisogno di terapia
e di riabilitazione.
Compito dell'operatore psichiatrico
è, dunque riportare alla propria specificità un'istituzione
e un rapporto che - sotto l'alibi di codificazioni scientifiche
diverse - prevedono invece solo la genericità del controllo.
Questo compito si attua attraverso la riappropriazione della
funzione terapeutica specifica di organismi sanitari che non hanno
mai svolto un ruolo terapeutico nei confronti della malattia mentale;
e, al tempo stesso, attraverso una "depsichiatrizzazione"
di questi servizi, rendendo esplicito il processo repressivo e
discriminante che essi attuano e che con la malattia non ha niente
a che fare.
Per gli operatori ciò significa:
1) L'individuazione e la lotta contro il proprio ruolo di potere nei confronti dell'utente del servizio.
2) L'individuazione nella persona di bisogni sociali non soddisfatti, che l'internamento cancella, occultandoli sotto la diagnosi di malattia.
3) L'individuazione degli strumenti terapeutici impliciti nel proprio ruolo specifico, una volta liberato dalla strumentalizzazione che il sistema sociale attua attraverso la delega del controllo e del potere.
4) L'individuazione e il riconoscimento
delle persone e delle forze sociali coinvolte e da coinvolgere
in questa lotta.
In questa ottica, il tecnico deve
offrire una pratica che serva di verifica a istanze politiche,
non solo sanitarie e tanto meno solo psichiatriche. Il gruppo
di operatori psichiatrici che intendono agire in questo senso
non si prefigge di costituirsi come gruppo politico, né
potrebbe farlo. Esso presume, infatti, che la politicità
del suo agire consista nel proporre un terreno di confronto reciproco
per il tecnico e per il politico, attraverso la creazione di situazioni
alternative su cui si misuri un reale schieramento di classe,
arrivando a chiarificare i termini di una "lotta di classe"
che, all'interno della logica istituzionale, risultano spesso
vaghi e sfuocati.
Se, ad esempio, gli internati
appartengono alla stessa classe cui appartengono infermieri e
parte degli operatori, lo schieramento di questi ultimi a favore
della lotta per i primi è l'unico presupposto valido ad
un allargamento della lotta psichiatrica e del suo significato
politico. Limitandosi, infatti, la lotta al movimento di alcuni
psichiatri che - pur in mezzo a difficoltà e incomprensioni
- continuano a dimostrare praticamente i momenti del processo
di strumentalizzazione della malattia a certi livelli sociali
ed economici e la funzione del manicomio dove non approda solo
la malattia mentale ma ogni forma di asocialità che ha
bisogno di essere controllata, la battaglia si isterilisce e si
vanifica, riducendosi ad una proposta simbolica di ciò
che potrebbero essere un rapporto e un'istituzione terapeutici:
la lotta si riduce, in tal senso, ad una semplice trasformazione
tecnica che lascia inalterate le strutture di potere e la dinamica
dell'oppressione.
1) Continuare la lotta all'esclusione, analizzandone e denunciandone le matrici negli aspetti strutturali (rapporti sociali di produzione) e sovrastrutturali (norme e valori) della nostra società. Questa lotta può essere condotta solo collegandosi con tutte le forze e i movimenti che, condividendo tale analisi, agiscono concretamente per la trasformazione di questo assetto sociale.
2) Continuare la lotta al "manicomio",
come luogo dove l'esclusione trova la sua espressione paradigmatica
più evidente e violenta, rappresentando insieme la garanzia
di concretezza al riprodursi dei meccanismi di emarginazione sociale.
Anche se questa spesso passa per una lotta di retroguardia, gli
ospedali psichiatrici esistono, infatti, in tutto il paese e,
tranne rari casi in cui operatori psichiatrici o amministrazioni
provinciali stanno tentando un'opera di trasformazione, per la
maggioranza la situazione è immobile e immodificata.
3) Sottolineare i pericoli del riprodursi dei meccanismi istituzionali escludenti, anche nelle strutture psichiatriche extra-manicomiali di qualunque tipo. Qualsiasi struttura alternativa si configura infatti a immagine e somiglianza dell'organizzazione istituzionale che continua ad esistere in modo dominante alle sue spalle. Ogni artificiosa separazione concorrenziale fra servizi di igiene mentale e ospedale psichiatrico è funzionale alla riproposizione di alibi e nazionalizzazioni, ma non certo alla prevenzione della esclusione manicomiale. Ciò non significa formulare riserve nei confronti dei servizi psichiatrici autonomi nel territorio, così come l'unificazione di questi servizi appare solo condizione necessaria ma non sufficiente al fine che ci si prefigge: l'individuazione - sia nell'istituzione ospedaliera che nel territorio - dei veri problemi, una volta liberati dalle incrostazioni istituzionali, sociali, culturali e dai condizionamenti che alterano e modificano la natura stessa della domanda.
4) Rendere praticamente esplicito il legame fra l'azione in campo specifico psichiatrico e il problema più generale dell'assistenza medica, rivendicando - al di della divisione del lavoro e delle competenze - un'azione unitaria che dalla lotta specifica per la promozione della salute mentale ci coinvolga nella più ampia battaglia per l'attuazione di una concreta e necessaria riforma sanitaria che si fondi su una nuova logica sociale. E' l'esigenza di questa nuova. logica sociale che deve impegnare il gruppo a collegarsi con tutte le forze che perseguono concretamente il medesimo scopo.
Progetto di Statuto
E' costituito il gruppo "Psichiatria Democratica" al quale possono aderire tutti gli operatori di salute mentale che ne condividono il programma.
Il gruppo vive del finanziamento dei suoi soci.
Sono organi del gruppo:
- sul piano nazionale, il congresso,
l'assemblea straordinaria, il consiglio nazionale, il comitato
esecutivo, il segretario generale;
- sul piano locale, l'assemblea
locale ed il segretario della sezione locale.
Il congresso è costituito
dalla riunione di tutti gli aderenti. E' convocato una volta
l'anno. Determina la linea politico-culturale generale del gruppo
e può portare modifiche allo statuto.
Elegge fra tutti gli aderenti
al gruppo il consiglio nazionale. Non e ammesso il voto per delega.
L'assemblea straordinaria è
costituita dalla riunione di tutti gli aderenti.
È convocata nell'intervallo fra
due congressi su temi particolari.
Il consiglio nazionale
è l'organo deliberante del gruppo nell'ambito delle direttive del congresso
e delle assemblee generali. Assume tutte le iniziative che ritiene opportune per
l'attuazione della linea poltico-culturale del gruppo. Si compone di 15 membri. Elegge
nel suo seno il comitato esecutivo, e, in esso, il segretario generale.
Approva il rendiconto economico predisposto dal tesoriere. Fissa
l'ammentare della quota sociale.
Il comitato esecutivo è
l'organo al quale spetta dì portare ad esecuzione le delibere
del congresso, delle assemblee straordinarie e del consiglio nazionale.
Si compone di 5 membri. Il comitato esecutivo incarica uno dei
propri membri delle funzioni di tesoriere.
Il segretario generale rappresenta
a tutti gli effetti l'associazione all'esterno. Egli convoca il
congresso, l'assemblea straordinaria, il consiglio nazionale ed
il comitato esecutivo secondo le norme del presente statuto.
Deve convocare il consiglio nazionale quando lo richieda il comitato
esecutivo. In tal caso il comitato esecutivo formula l'ordine
del giorno.
La costituzione e l'organizzazione
di sezioni locali è rimessa all'autonomia di tutti gli
aderenti al gruppo facenti parte di una o più strutture
di salute mentale. L'assemblea della
sezione locale deve comunque designare un segretario sezionale che
rappresenti la sezione nei rapporti con gli organi centrali del
gruppo.
Sotto la responsabilità
del segretario generale viene diffuso un notiziario periodico
fra tutti gli aderenti. Di tutte le riunioni degli organi centrali
del gruppo sono redatti sommari processi verbali che vengono diffusi,
tramite il notiziario, a tutti gli aderenti.